Si comincia al buio. Il film Super 8, montato a ciclo continuo, gira nel
proiettore, irriconoscibile perché fortemente manomesso e camuffato.
Le immagini, in negativo, si ripetono sullo schermo, e il mistagogo, Jürgen
Reble, simpossessa della pellicola e la immerge in vari prodotti chimici:
limmagine si rivela, passa in positivo, poi si trasforma, si colora,
perde le sue forme, e infine si dissolve in piccole bolle, ultimi respiri
prima dellincenerimento finale.
Una performance di J. Reble è paragonabile ad un ciclo: dalla nascita
alla morte di unimmagine. La pellicola, elemento base dellindustria
cinematografica, è demistificata, dissacrata, e ricondotta alla sua
condizione materiale primaria: molecole.
Membro del disciolto gruppo Schmelzdahin (con Jochen Müller e Jochen
Lempert) , J. Reble si consacra ora da solo al suo lavoro cinematografico
con la stessa meticolosità di un alchimista nel preparare una pozione.
Sotto lo sguardo complice delle stelle.
R&C: Quando hai incontrato gli altri due componenti di Schmelzdahin?
REBLE: Ho conosciuto J. Lempert al liceo nel 1972. Abbiamo fatto il nostro
primo film Super 8 nel 1974, e anche un film di animazione con la pasta per
modellare. Poi, e sempre per divertimento, abbiamo girato parecchi piccoli
film farse. Non pensavamo di mostrarli al pubblico. Erano soltanto per noi
e qualche amico. Nel 78 ho incontrato J. Müller, in occasione di
un viaggio in Marocco. Era venuto a Bonn per vedere i film dei quali gli avevo
parlato. Si mostrò molto interessato, e così decidemmo di continuare
a parodiare alcune trasmissioni della televisione tedesca. A partire dal 1982,
il nostro lavoro è cambiato: abbiamo cominciato a interessarci al materiale.
R&C: Cioè al corpo del film?
REBLE: Sì. In un primo tempo abbiamo fatto diverse esperienze di montaggio,
per esempio montaggi molto rapidi e ritmati. La prima esperienza veramente
significativa è stata Stadt in Flammen, nel 1984. È il primo
film girato per il pubblico. Avevamo trovato un vecchio film di serie B e
io lho sotterrato in giardino, senza avere la minima idea di cosa sarebbe
potuto accadere. Quando lho recuperato, sei mesi dopo, ho deciso subito
di dargli una forma per presentarlo al pubblico. Ho effettuato una selezione
molto precisa di queste immagini attaccate batteriologicamente e poi un montaggio
rapido. Anche il suono molto ritmato contribuisce alla severità della
forma.
R&C: Ci sono delle bolle nel film, e sembra bruciare.
REBLE: Sì, brucia, o meglio, sembra bruciare. Quando lho copiato
sulla stampatrice ottica, ho rifotografato quattro volte ogni immagine originale.
La pellicola si è talmente surriscaldata che ha cominciato a fondere.
Non resta niente delloriginale, lho sacrificato per la copia.
R&C: Quando hai avuto lidea di lavorare con dei prodotti chimici?
REBLE: Qualche tempo dopo. Abbiamo prima effettuato alcuni studi batteriologici.
Jochen aveva studiato biologia, ed era molto interessato ai processi naturali,
agli attacchi batteriologici su pellicole a colori. Lesperienza per
Aus den Algen è stata determinante. Ho immerso il film nello stagno
del mio giardino, e i diversi strati dellemulsione si sono progressivamente
staccati. Dopo un anno e mezzo non cera più traccia dellimmagine
di partenza. Allora le alghe hanno cominciato a depositarsi sulla pellicola.
Era molto bella la proiezione, cerano dei colori che tendevano al dorato.
Abbiamo cominciato a sviluppare i nostri film in bianco e nero e a colori
a partire dal 1985: allinizio soltanto con procedimenti fotografici
in negativo, molto semplici. Poi abbiamo fatto delle prove con il colore,
come per esempio cambiare il pH (potenziale didrogeno) dei prodotti
al fine di modificare le dominanti di colore. Der General è stato girato
a quellepoca, utilizzando questo tipo di variazioni chimiche. Ciò
che richiedeva, per esempio, uno o due anni con dei batteri, poteva essere
ottenuto in dieci minuti con certi trattamenti chimici. Diventava un nuovo
modo di lavorare. In Rumpelstilzchen abbiamo scoperto modi diversi di sviluppo.
Da allora, ho tentato più volte di ottenere gli stessi risultati, ma
senza successo: ho ottenuto risultati diversi ad ogni tentativo. Spesso, tutto
dipende dalle stelle! Anche questo fa parte del mio lavoro: si può
trovare un metodo di sviluppo soltanto per alcune immagini o per un film,
senza che sia possibile riprodurlo.
R&C: Quali sono le cause dello scioglimento di Schmelzdahin?
REBLE: Dall84 all89, tutti i film erano firmati Schmelzdahin:
era importante per noi presentare un lavoro collettivo. Nell87-88 abbiamo
fatto diverse presentazioni in giro, e al ritorno mi sono reso conto che avevo
voglia di andare in unaltra direzione. Volevo mantenere il metodo del
gruppo, ma i film che utilizzavo diventavano sempre più personali:
le immagini della mia famiglia mia moglie, mio figlio erano
mie, e non potevo disperderle. Alla fine di Rumpelstilzchen cerano due
firme, la prima era Schmelzdahin, la seconda Jürgen Reble. Gli altri
due hanno detto che questo non si poteva fare, e Schmelzdahin si sciolse.
Questo, però, non mi ha creato troppi problemi, poiché in quello
stesso periodo stavo progettando di realizzare un film più lungo.
R&C: Come Schmelzdahin avete sempre lavorato in Super 8: lo facevate per
pure ragioni economiche o per vantaggi particolari legati a questo formato?
REBLE: Principalmente per motivi economici, poiché non abbiamo mai
veramente ricevuto aiuti finanziari, ed è evidente che il Super 8 è
il formato cinematografico più economico. Cerano però
anche delle ragioni tecniche. Quando abbiamo realizzato i nostri primi film
era importante avere una cinepresa maneggevole e semplice in rapporto alla
tecnica. Avere unidea e poter filmare immediatamente ci piaceva molto.
Inoltre negli anni Ottanta la maggior parte dei festival in Germania poteva
proiettare il Super 8. Oggi forse utilizzerò il 16 mm perché
lavoro più lentamente, e rispetto al passato trovo più importante
avere un buon sviluppo. Ho più tempo e posso effettuare più
ricerca.
R&C: Come è nata lidea di lavorare in diretta, di fare delle
performance?
REBLE: La prima performance con il Super 8 risale all87, durante un
festival a Bonn. Dapprima abbiamo fatto degli esperimenti chimici su pellicole
montate su proiettore e abbiamo pensato che sarebbe stato interessante visualizzare
tutto il processo di sviluppo che di solito facevamo allinterno di una
bacinella, nel buio totale. Prima di allora non avevamo mai visto come limmagine
si trasformasse durante lo sviluppo. Ciò ha costituito un punto importante:
visualizzare soltanto per noi quello che accadeva allimmagine nel momento
del passaggio dal negativo al positivo. È il momento più interessante,
essere da qualche parte tra due immagini. È mostrare la realtà
non come è, ma come avrebbe potuto essere in un certo istante. Allora
abbiamo lavorato sullidea di una performance, per mostrare questa trasformazione
dellimmagine, proiettata a velocità ridotta. Era anche una buona
introduzione per presentare i nostri film. Durante la performance il pubblico
può vedere tutte le manipolazioni che pratico nel mio laboratorio e
osserva, allo stesso tempo, il risultato sullimmagine. Poi, durante
la proiezione del film, potrà concentrarsi di più sullimmagine
in sé. Tutto il mio lavoro è certamente un work in progress:
è meglio vederlo che sentirne parlare.
R&C: Durante queste performance torturi la pellicola con ogni tipo di
prodotto chimico, lavori direttamente sul supporto, lo porti veramente vicino
ai suoi limiti.
REBLE: Ciò che è importante in queste performance, è
che si tratta della realtà. In fondo, cosè il film? Abbiamo
voluto cercare ciò che esso poteva essere. Allinizio abbiamo
utilizzato del found footage, una tecnica che consiste nel lavorare a partire
da immagini ritrovate. Era quindi unimmagine normale, ma non è
che unillusione. Il film non è che questo, è unillusione,
unillusione di film. Alla fine di una performance ci si avvicina di
più alla realtà del film, poiché il film non è
nientaltro che qualche molecola, un po di plastica e di chimica.
Niente di più. Ed è importante mostrare questo al pubblico.
R&C: Sai sempre cosa succederà sullimmagine quando applichi
questo o quel prodotto? Puoi sempre prevedere come limmagine reagirà?
REBLE: Sì, per il 60-70%. Il resto appartiene al caso. Non posso controllare
tutto, ma questo non è un problema. Ormai ho sviluppato molte pellicole
di ogni genere e so approssimativamente il tipo di reazione che provoca un
certo prodotto su un certo supporto. Penso che non sia essenziale conoscere
o capire ciò che accadrà, ma piuttosto indovinarlo o sentirlo.
Non voglio sapere, non sono un chimico che cerca di dimostrare, per esempio,
che lacqua ossigenata ad una certa temperatura provoca una certa reazione
al contatto con una certa pellicola
Questa è una vecchia idea
agnostica.
R&C : Che tipo di relazione vuoi stabilire tra la natura e il film?
REBLE: Quando ho cominciato a lavorare su Passion volevo fare un film sulla
natura, ma è impossibile presentare una relazione sulla natura, e comunque
questo non minteressa. Ho preferito cercare di ricreare dei fenomeni
naturali su una pellicola praticando degli esperimenti con il
materiale. Le diverse cose che accadono sullimmagine costituiscono certamente
la mia idea del funzionamento della natura; una natura molto aggressiva, una
sorta di panico. Allinizio di Passion ci sono immagini di un vulcano
che inizia uneruzione. È una sorta di cambiamento della materia:
nella lava, la pietra si trasforma in fuoco. Nel corso dello sviluppo, la
pellicola passa in un bagno chiamato sbiancante: questo prodotto trasforma
progressivamente limmagine negativa in immagine positiva. Si può
paragonare un fenomeno naturale ad un processo cinematografico: leruzione
di un vulcano allapparizione del positivo; lo sbiancante, che stava
agendo quando ho filmato le immagini, può essere considerato come la
lava del vulcano che è sullimmagine, perché fa esplodere
certe particelle chimiche che trasformano il materiale di base. È dunque
possibile ricreare la natura in immagini oppure trovare un trattamento simile
a ciò che accade in natura. Io lavoro con le mie mani molto vicino
al supporto con laiuto dei prodotti chimici e dei trattamenti batteriologici.
È come un combattimento il più vicino possibile alla natura
la natura del film.
R&C: In Passion cè anche un aspetto di diario filmato?
REBLE: Sì, in generale è il mio metodo di lavoro. Tutte le immagini
della sequenza della primavera sono state filmate nello stesso periodo. Ci
sono immagini di archivio, di reportage. Mescolo tutti questi elementi che
ho raccolto io stesso. Non lavoro più molto con i film ritrovati: talvolta
con immagini televisive, documentari, film etnografici.
Ho un po limpressione di lavorare in modo inconscio. Durante il
montaggio posso vedere le cose che erano importanti per me in quel momento.
R&C: Parli di lavoro inconscio, ciò significa che è il materiale
che detta i tuoi atti?
REBLE: Sì, è così: legare loggetto ed il soggetto.
Molti artisti lavorano in questo modo. Bisogna instaurare un dialogo con la
materia, o almeno ascoltarla.
R&C: Cè una cosa che sembra importante nella tua performance:
vediamo unimmagine e sappiamo che è lultima volta che la
vediamo.
J. REBLE: Sì, è una vera performance poiché è
una sorta di sacrificio per il pubblico, come un avvenimento unico. Non ho
voglia di presentare un lavoro che posso riprodurre migliaia di volte. È
sicuramente questo che rende latmosfera forte: regna il silenzio, il
pubblico è attento perché si rende conto che limmagine
che vede proviene da un processo unico. Dopo è finita.
Intervista a cura di ART TOUNG, pubblicata in Revue & Corrigée,
n. 12, marzo 1992.