Schmelzdahin, 1984, super 8, b/n, 4 min.
Studio sulla biogeografia in Antartide.
Stadt in Flammen
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| Stadt in Flammen è il film più
vulcanico che abbia mai visto; lemulsione scivola via dal supporto
della pellicola, come lava che scorre attraverso il terreno. Materiale
girato in un qualche ospedale (una soap opera?) si screpola, si sbriciola
e ribolle nel fotogramma in lenta dissolvenza, come le antiche pitture
che si sgretolano e si staccano dalla superficie. Questo è
laltro lato di Schmelzdahin: il film mutilato. Anche se talvolta
gli artisti del gruppo affermano di non girare nessun film (ma solo
di rielaborare materiale trovato), non credeteci. Hanno anche costruito
una stampatrice ottica super 8 con la quale effettuano le loro scoperte.
(Owen OToole, 1989/9O) |
Schmelzdahin, 1984, super 8, col., 8 min.
Si tratta di un film sugli animali, voli di uccelli davanti a tramonti rosseggianti.
Il sonoro è costituito da un flusso continuo di rumori radiofonici,
che ricordano talvolta quelli di un aereo. Mi fa pensare ad una critica del
desiderio umano di volare, assurdo se comparato al volo degli uccelli.
In Weltenempfänger i paesaggi marini e desertici sono filtrati in rosso,
intervallati da monocromi rossi, il colore puro serve da dissolvenza, gli
uccelli prendono il volo nel rosso e nel giallo. Il colore è applicato,
disteso sullimmagine rispettata nella sua cornice, nella sua esistenza
di inquadratura e la sua dimensione analogica; il colore derealizza e snatura,
ma ciò che qui lavora è la sua tinta, non le sue potenze figurative:
rimane discreto, meno virulento delle brillanti forme dincatenamento
disarmonico che caratterizzano il lavoro di Schmelzdahin. (N. Brenez 1995,
cit.)
Schmelzdahin, 1986, super 8, col., 10 min.
Nel 1985 ho gettato la copia di un film credo fosse Ali Babà
e i quaranta ladroni nel laghetto del mio giardino. Circa un anno dopo
si sono raccolti i frutti. Questo processo è documentato in Aus den
Algen. Alla fine si vede il materiale raccolto, in cui della copia originale
è rimasto solamente il supporto delle immagini. Su questo supporto
si sono insediate colture di alghe che diventano ora il contenuto dellimmagine.
Schmelzdahin, 1988, super 8, col., 10 min.
Nel 1988 guardavamo con curiosità molte cassette di film dellorrore. Abbiamo prelevato qualche immagine di mostri e le abbiamo mescolate a sequenze prese dalla televisione, da altri film o da un film porno. Una parte di questo materiale è stata trattato con prodotti chimici corrosivi. I mostri hanno iniziato una nuova vita e il film sembrava perduto. Ma un riccio mette fine ai nostri incubi e ci riporta al fuoco originario.
Schmelzdahin, 1989, super 8, col., 13 min.
Eravamo leggermente febbricitanti, quando iniziammo a lavorare con un particolare
procedimento di elaborazione del colore. Con lo sviluppo si ottennero meravigliose
gradazioni di blu e di giallo, così come solarizzazioni colorate. Stupefatti,
abbiamo proseguito a utilizzare questa procedura per due settimane. Poi è
scoppiata la febbre. Allora ascoltavamo musica di Gilbert e di Lewis, così
ne abbiamo registrato un pezzo sulla colonna sonora.
Schmelzdahin, 1989, super 8, col., 8 min.
Con Krepl la dimensione politica dei lavori di Schmelzdahin si precisa. Il
colore si sfalda da immagini di documentari scientifici o coloniali, velature
orribili richieste dai corpi sezionati dal bisturi, questi enormi criceti,
questi indigeni minacciati da una telecamera che respingono senza successo.
La disumana mutilazione delle creature determina la patologia cromatica. Il
colore non deve essere inteso solo come liberazione plastica, ma anche come
gesto politico: diventa la via cinematografica oggi spesso imboccata dalla
protesta. A parte la diversa sintassi visiva, non siamo molto lontani dalle
preoccupazioni che animano Animaux criminels di Yervant Gianikian e Angela
Ricci Lucchi. (N. Brenez 1995, cit.)
Schmelzdahin, 1989, super 8, 9 min.
Il materiale originale di questo trittico (che fu poi trasferito su pellicola
16mm) era una copia quasi bruciata di Pather Panchali di Satyajit Ray. Lartista
americano Owen OToole mandò questo film ai membri di Alte Kinder
chiedendo loro di usarlo artisticamente e fu linizio di una collaborazione
transatlantica tra cineasti. Alla creatività di Schmelzdahin, gruppo
di artisti con base a Bonn, si deve la terza e ultima parte di questo gioco
di associazioni visive. (Alte Kinder, 1990)
1989, super 8, col., 15 min.
Rumpelstilzchen riunisce lenergia plastica di Stadt in Flammen e la
fiamma protestataria accesa in Krepl. In Rumpelstilzchen, riciclaggio di un
film tedesco degli anni Trenta, mixato con inquadrature provenienti da vari
orizzonti (Nosferatu, documentari scientifici e su animali utilizzati anche
da Krepl, forse home movie), immagine e colore sono trattati come due istanze
di discontinuità e di eterogeneità, parimenti suscettibili di
interrompersi reciprocamente. Lacerazioni bianche creano un effetto di riserva
nellimmagine, il bianco e nero è distrutto da macchie, colori,
viraggio imperfetto in blu, al punto che la pellicola sembra colare sullo
schermo: un improbabile atleta si trasforma in mostro squamoso per mezzo di
frizioni verde olivo, allo stesso modo che ogni figura è solarizzata,
scurita e divaricata da cascate di ribollimenti chimici. Ma le inquadrature
ritornano a ciclo continuo, trascinate dallarcolaio di Strepitolino,
il nano crudele che, nella favola di Grimm tramuta la paglia in oro, e nel
film di Jürgen Reble dipana instancabilmente la bobina dei motivi i quali,
nella loro diversità, resistenza, ricorrenza, conferiscono un carattere
ossessivo a questa iconografia contadina. Limmagine non è più
soltanto lo sfondo passivo dellimpresa cromatica, ma impone una linea
narrativa (come in Krepl): è lintreccio doloroso delliconografia
e del colore che converte la favola di Grimm, questa sinistra storia di cupidigia
e dingratitudine, in un pamphlet visivo sul carattere disumano del capitalismo.
Nessuna univocità dunque, nelle relazioni tra immagine e colore nellopera
di Schmelzdahin e poi di Jürgen Reble; ma lo sviluppo rigoroso di una
concezione originale dellinquadratura come combinazione la più
strana possibile di un corpo dissolto con il suo solvente (tecnicamente questo
montaggio chimico si chiama solvatazione). (N. Brenez 1995, cit.)